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domenica 26 ottobre 2008

Effetto Saviano


Andare in giro per il mondo a raccontare, attraverso strumenti mediatici e materiale audiovisivo (documentari e concerti di musica popolare), la vitalità e l’onesta realtà quotidiana del popolo campano e specificatamente quello napoletano, è per noi un momento di gratificazione e di riscatto dalle storiche bugie divulgate sui libri di storia e ultimamente attraverso romanzi circa la nostra plurimillenaria cultura. Un gruppo di artisti che, con enorme sacrificio ed abnegazione, porta a Stoccolma un progetto culturale legato al mondo contadino in particolar modo alle espressioni fonetico- gestuali, entra in un ristorante (non per compiere una rapina ma per mangiare), entra in un panificio (non per chiedere il pizzo ma per comprare un tipico pane e degli ottimi dolci); entrambi i fatti sono collegati fra loro dalla tipica domanda “are you italian?”. Alla risposta orgogliosamente affermativa, questi artisti specificando che sono di Napoli, si sentono aggiungere, con rammarico e grande delusione, “Gomorra!”. Crediamo che ciò che è accaduto a Stoccolma sia un fatto grave inserito nella mondiale disinformazione generata dal romanzo di un certo Saviano. Il mondo, ormai, grazie al romanzo Gomorra, conosce Napoli e la Campania come “Terra di nessuno” non più come il paese del sole, della canzone, della pizza, della teatralità espressa nei quartieri da gente normale o del profumo delle ginestre.
I l maldestro uso che Saviano ne ha fatto degli atti oppure di cose che gli hanno raccontato denota la sua profonda ignoranza sulla storia della camorra altrimenti avrebbe scritto non in una sola ed esclusiva direzione; infatti chi vuole scrivere di effetti deve sapere (se non lo sa è un asino) che a stabilire gli effetti stessi sono le cause. A noi tutto ciò non sembra che Saviano ne sia al corrente.
Non ci è dato di sapere i fili del burattino Saviano da quale corrente massonico-liberale vengano tirati ma di sicuro la politica segreta ed oscura di ROMA sta continuando l’opera iniziata 150 anni fa con l’unità di Italia.

Perché dico che il film GOMORRA non è un bel film

franco cuomo ha detto...
Perché dico che il film GOMORRA non è un bel film, tenterò di spiegarlo, altrimenti sembrerebbe quasi una dichiarazione per puro spirito di contraddizione e tenterò di dire anche perché del suo successo: Intanto GOMORRA non è un bel film perché rappresenta un universo orrendo, quello della camorra e del malaffare. Vorrei partire da Aristotele, che relativamente alle cose dell’arte, fa una premessa che a me sembra fondamentale, in un tempo come il nostro che ha perso ogni riferimento immaginativo rispetto al fare arte. Ho sentito da più parti dire che questo film è un film realistico:ovvero che racconta le cose così come stanno e proprio per questo in tanti lo trovano bello.Va da sé che uno pensa che è bello solo ciò che è realistico: una deformazione percettiva che finisce con l’escludere tutto quello che invece è altro dalla realtà, un segno inquietante della nostra deriva verso società autoritarie, se vogliamo dar credito - e io gliene do - a Ernest Cassirer della Filosofia delle forme simboliche. Allora bisogna cominciare col dire che questo è un modo non corretto di avvicinarsi a qualsiasi opera d’arte, sia essa cinema, arte figurativa, musica ecc. Se così fosse, noi dovremmo dire che è bella solo quell’arte che imita la realtà e qui, cito Aristotele: “Da ciò che si è detto è chiaro che il compito dell’arte non è di dire le cose avvenute o che avvengono, ma quali possono avvenire, cioè quelle possibili […] perché esiste una differenza tra lo storico e colui che produce arte: l’uno dice le cose avvenute, l’altro quali possono avvenire”.Il film ha sequenze e piani narrativi, quasi documentaristici, sembrerebbe un film neorealista e forse lo è, ma che senso ha il neorealismo oggi, quando c’è già stato un documentario di denuncia sociale su argomenti simili che si chiama Biutiful Cauntri e quando trasmissioni televisive come Report ci hanno mostrato i termini inquietanti di questa realtà, ma non come racconto filmico? Il mio punto di vista è che se Matteo Garrone facesse lo storico e non il regista come invece è, per ritornare ad Aristotele, con l’operazione che ha fatto finirebbe col tradire pure l’oggettività storica, perché i personaggi romanzati, finiscono col diventare drammaticamente epici suscitando nello spettatore anche una pietas: penso ai due balordi ( sembravano presi da un film di Pasolini) che vogliono imitare Scarface e si mettono contro il clan dei Casalesi, ma anche al ragazzino piccolo che alla fine per non tradire la banda fa uccidere Maria.Tutto il film più che sembrare una denuncia sociale, sembra un épos del male:i personaggi finiscono col sembrare eroi tragici e manca il momento neorealista, laddove il neorealismo in un momento storico in cui non esisteva un giornalismo d’inchiesta, aveva un compito ben preciso. I giornali francesi lo osannano, forse proprio per questo, anche se io credo che ormai così come viene rappresentata Napoli è diventata un esotismo, e questo è il motivo che non me lo fa piacere ed è lo stesso per cui non mi è piaciuto il libro. Oggi che il conformismo culturale è dilagante fa sembrare un film del genere come un film di denuncia sociale, ma in realtà non lo è, anzi questo film è quasi un film apologetico, ed è tutta l’operazione che è discutibile. Incuriosito dal polverone che si è formato intorno al best seller, e non amando quel genere di lettura, ho deciso di vedere il film. Da napoletano a volte ho stentato a capire cosa dicessero gli attori del film (che, per dare un tocco di credibilità in più sono stati selezionati dalla zona in questione, o da quelle limitrofe. Si voleva forse imitare Visconti in "La Terra Trema"? Encomiabile certo ma quel film aveva un senso allora!), certe volte sono ricorso ai sottotitoli pure io. Tutto il film è una semplice messa in scena documentata della zona più orrenda di Napoli, ma ormai lo sanno tutti che c'è la camorra. Questo film a mio avviso ne finisce col fare l’apologia soprattutto per come si chiude, mentre troppo didascaliche appaiono essere le scritte finali che scorrono col sottofondo musicale dei Massive Attak, e che nessuno legge. E la creatività di immaginare qualcosa di possibile o semplicemente diverso da tutto questo come insegnava il buon Aristotele? Questo film piace agli stranieri proprio perché ricolloca tutta Napoli in un altro cliché, quello di città della malavita e delle emozioni forti. Se questo è cinema, non è il cinema che preferisco, ma soprattutto mi allarma il conformismo culturale, anche da parte dei critici, che evidentemente non sanno più leggere un’opera d’arte .
20 maggio 2008 14.57